Le Leggende

di Lunedì, 05 Maggio 2014 - Ultima modifica: Mercoledì, 21 Maggio 2014

Le leggende del nostro Altopiano, con il suo paesaggio mosso anche se mai aspro, la diffusa presenza di boschi, grotte, fenditure e anfratti, mostrano un chiaro influsso della mitologia nordica.

Nei boschi si poteva incontrare il Wilmann (uomo selvatico o orco) o la Frau Berta, poi Pertega (donna selvatica o strega), spesso invocati per spaventare i bambini e che ritroviamo anche come protagonisti di alcune fiabe locali. Per tenere lontane queste presenze in alcune località, come per esempio ad Oseli, la tradizione vuole che si usasse appendere alla porta di casa un ramo di maggiociondolo. Così posare dei gradini davanti alle stanze all’interno delle case serviva ad impedire l’ingresso alle streghe dai piedi di capra e quindi a proteggere gli abitanti.
Il monte Belem, sopra Bertoldi, era il regno delle fate e delle Zeleghe Baibar, figure femminili dalle ciglia straordinarie che vi vivevano in solitudine, mentre un misterioso tesoro custodito dal diavolo era sotterrato nel prato del Ranthal.
In caso di nebbia o tormenta di neve il Sambinel, folletto dei boschi, figura mitica di origine veneto-valsuganotta, faceva smarrire la strada ai viandanti, da cui il detto tuttora attestato: “esser nele peste de Sambinel” per indicare anche in senso traslato “non saper più che strada prendere”.
Naturalmente la tradizione vuole che anche il lago abbia un’origine leggendaria.
Si narra che nei tempi antichi abitassero sull’Altopiano due fratelli ai quali il padre aveva lasciato in eredità un bosco rigoglioso. Alla morte del padre i due iniziarono a litigare per il possesso del bosco. I litigi furono tali e tanti, che i fratelli furono puniti dal giudizio di Dio: durante una notte il bosco sprofondò e i due fratelli litigiosi al loro risveglio vi trovarono al suo posto il lago.
La leggenda trae origine dal fatto che sul fondo del bacino sono tuttora visibili resti di alberi e piante. In effetti il lago, formatosi circa 2160 anni or sono, deriva da una vasta dolina boscata i cui versanti si sarebbero rapidamente impermeabilizzati consentendo la ritenzione dell’acqua accumulatasi. Come tutti i laghi cosiddetti carsici, anche quello di Lavarone è alimentato da sorgenti sotterranee, provenienti in particolare dal monte Rust. Similmente l’acqua vi scaturisce attraverso un emissario verso nord-est, che a circa un centinaio di metri sprofonda in una voragine e attraverso condotti carsici sotterranei e tra loro comunicanti defluisce nelle sorgenti Vallempach e Acquetta, immissari del torrente Centa. Nel Cinquecento la forza idraulica prodotta dal fossato che fuoriusciva dal lago fu utilizzata come forza motrice per un mulino forse da farina, poi trasformato in segheria, la cui attività è attestata ancora nel secolo scorso.

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