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La nascita del turismo

di Lunedì, 05 Maggio 2014 - Ultima modifica: Mercoledì, 21 Maggio 2014

Basta essere in Valsugana per sapere, che non passa settimana, o quasi giorno, che dal maggio fino all’ottobre non si vegga girar per Caldonazzo, o non si vegga dalle fenestre del noto albergo Marchesoni, ora una allegra brigata di giovanotti vestiti all’alpina, ora una comitiva di signorine in costume bizzarro e all’alpina anch’elle, chiassose e tutto brio e movimento: non passa settimana o quasi dì della estate, che in Caldonazzo non si senta o il suono squillante della fanfara, che mette vigoria anche nelle gambe di un qualche Signore dalla barba grigia e dai capelli più che brizzolati, che mischiato dentro a una fila di giovani, che non sanno ancora cosa voglia dire stracchezza, va con passo svelto e a tempo come gli altri, e con gli altri ride, canta e si sollazza: non passa una settimana nella stagione de’ bagni, che non si vegga ora una giardiniera, ora un omnibus arrivare, e smontare all’albergo Marchesoni signori e signorine del bagno di Levico: e tre e anche quattro volte in quella stagione è dato sentire a quei di Caldonazzo le armonie, le allegrie di una o dell’altra delle nostre bande trentine. Ma e perché e dove vanno? Per salire il monte fino a Lavarone; e Caldonazzo è tappa (M. Morizzo, Un cenno su Lavarone, Borgo Valsugana 1889).

Mèta di gite giornaliere, Lavarone sul finire dell’Ottocento muove i primi passi anche in direzione di un turismo che potremmo definire residenziale. A quel tempo Lavarone poteva essere raggiunta da diverse vie, elemento importante non meno della dolcezza del paesaggio e della mitezza del clima per la sua affermazione successiva come località di soggiorno. Così da Caldonazzo, dove c’era la stazione ferroviaria, si poteva percorrere l’antichissimo sentiero dell’Ancino che attraverso la valle del Centa e l’Altopiano conduceva nella Valle dell’Astico verso il sud, oppure dal 1871 la nuova carrozzabile della Val Carretta, intagliata a mezza costa nel versante destro della valle del torrente Centa, o il ripido sentiero del Menador, antica via utilizzata per il trasporto del legname a valle, da cui si godeva uno splendido panorama sulla Valsugana e la Valle dell’Adige. Provenendo da quest’ultima o dalla Vallagarina il viandante di allora avrebbe potuto intraprendere la strada che da Rovereto saliva sull’Altopiano passando per Calliano e Folgaria. L’ampia carrozzabile che avrebbe congiunto l’Impero, cioè Lavarone, con il Regno italiano, cioè Lastebasse, sarebbe stata costruita sul lato destro dell’Astico solo nel 1903, più tardi ancora quella della Fricca verso Trento. Messaggerie quotidiane collegavano poi nella bella stagione Lavarone con Monterovere, Vezzena e Asiago, seguendo il tracciato dell’antica via di collegamento.
La nascita del turismo risale dunque alla fine dell’Ottocento. E’ in questi anni infatti che sorgono i primi alberghi: il Leon d’oro, il Cervo, l’Antico, il Des Alpes, il Nazionale, il Grand Hotel Lavarone e il Corona, cui si vennero aggiungendo poi nei primi anni del Novecento l’Alpino, il Du Lac, il Chiesa e il Centrale. Si trattava per lo più di grandi strutture, dotate di tutti i comforts possibili per l’epoca, ampiamente pubblicizzati sulla stampa periodica e sulle guide turistiche: ampie camere, sale da ballo, parchi, verande, acqua corrente, telefono, campi da tennis su prato. Così Lavarone divenne mèta ricercata dell’aristocrazia, dell’alta borghesia e di professionisti affermati provenienti non solo dalle altre zone dell’Impero ma anche dalle “straniere” regioni italiane, in prevalenza, così come oggi, dal Veneto e dalla Lombardia. Qui trascorsero le lunghe vacanze estive, che a quel tempo duravano due - tre mesi l’arciduca Eugenio, vari membri della casa d’Austria con la loro corte, il fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud, lo scrittore Robert Musil.
Il passaggio del Trentino al Regno d’Italia successivo alla Grande Guerra fece via via venir meno il legame della clientela austriaca con Lavarone, frequentata sempre più dalla grande borghesia italiana. Negli anni immediatamente seguenti il primo conflitto mondiale, infatti, i cambiamenti avvenuti sul piano economico e sociale (trasformazione delle strutture economiche, affermazione della borghesia, allargamento delle risorse a strati più vasti), ai quali si deve aggiungere anche una maggiore diffusione del costume turistico, influirono sul numero e sulla composizione degli ospiti della nostra località.
Negli anni ’30 Lavarone consolidò la sua vocazione turistica, dotandosi di nuovi alberghi (il più prestigioso fu l’Hotel Astoria), di nuove infrastrutture e di organismi specificamente predisposti alla promozione. E’ in questi anni che avviene l’ufficiale riconoscimento di Stazione di cura e soggiorno e che la Società di abbellimento, attiva già nel 1925, viene trasformata in Azienda autonoma di cura Lavarone. Nel 1931 viene realizzato il primo stabilimento bagni sulla riva ovest del lago. Nella seconda metà degli anni ‘30 Lavarone inizia a proporsi anche come stazione turistica per i mesi invernali: così si pubblicizzano campi da pattinaggio, piste per slitte e bob, escursioni sciistiche.
La grande depressione economica e soprattutto la guerra e il successivo lungo periodo della ricostruzione incisero, come è naturale, sull’andamento turistico di Lavarone.
Sarà solo a partire dagli anni Cinquanta e in maggior misura dagli anni Sessanta in poi che, beneficiando degli effetti del boom economico italiano e dell’affermazione del turismo come fenomeno di massa, Lavarone riprenderà con rinnovato vigore l’antica tradizione dell’ospitalità, aprendosi anche al turismo invernale attraverso la costruzione dei primi impianti di risalita e l’apertura delle prime piste da sci.

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