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Gli artisti del passato

di Lunedì, 05 Maggio 2014 - Ultima modifica: Mercoledì, 21 Maggio 2014

Gli artisti di Lavarone

Francesco Antonio Giongo

Fino a poco tempo fa Francesco Antonio e Antonio Giongo erano ritenuti erroneamente padre e figlio o addirittura venivano sovrapposti e confusi in un’unica indistinta personalità a causa anche della quasi omonimia. Invece come è stato recentemente dimostrato Francesco Antonio Giongo, intagliatore e architetto, e Antonio Giongo, scultore, condivisero solamente il cognome e l’origine lavaronese. Della formazione artistica di Francesco Antonio (Lavarone, 6 luglio 1723 – Trento, 20.02.1776) non si hanno notizie. Artisticamente nasce come scultore di opere in legno. A questa prima fase, collocabile fra gli anni ’40 e gli anni ’50 del Settecento, possono essere infatti attribuiti il piccolo crocifisso della chiesa parrocchiale di S. Floriano a Lavarone, il bellissimo Cristo nel Sepolcro della chiesa di S. Lorenzo a Folgaria e le due statue di S. Cristoforo e S. Bonaventura, recentemente rinvenute, scolpite dal Giongo per l’allora chiesa dei frati Francescani di Borgo.
Trasferitosi ben presto nel capoluogo del Principato Vescovile, dopo i primi lavori all’altare dell’Addolorata in Duomo, per il quale tra il 1759 e il 1760 scolpì quattro vasi da fiori, si dedicò principalmente alla progettazione e realizzazione di architetture. Così a lui si deve l’ideazione della nuova pavimentazione della chiesa di S. Maria Lauretana (1760), oggi scomparsa, commissionatagli dall’allora Confraternita della Buona Morte, e il progetto (settimo decennio del secolo) dell’altare marmoreo della splendida chiesa di S. Anna a Trento, piccolo e non molto conosciuto gioiello rococò adiacente la chiesa di S. Pietro.
La fama di Francesco Antonio è però legata in gran parte alla fontana di piazza del Duomo a Trento, commissionata nel 1767 dal Magistrato Consolare per “salute e decoro” della città ed eretta l’anno successivo su disegno del nostro. Francesco Antonio concepì il progetto architettonico della monumentale fontana, formata da tre vasche polilobate sovrapposte, e l’impianto idraulico della medesima; le parti scultoree, un tempo ritenute anch’esse opera sua, cioè la grande statua del Nettuno che corona il grandioso manufatto così come i tritoni e le altre decorazioni delle vasche, solo in anni recenti sono state giustamente attribuite alla perizia dello scultore comasco Stefano Salterio.
Fra il 1770 ed il 1771 Francesco Antonio fu impegnato nella progettazione di un altare da erigersi nella chiesa di S. Marco a Trento per incarico del conte Pio Fedele Wolkenstein. Gli stessi anni lo vedono attivo nella sistemazione dell’altare maggiore della parrocchiale di Pergine (1770), opera di G. A. Sartori, e nell’ideazione delle due fontane rispettivamente di villa Salvadori a Gabbiolo e di palazzo Fedrigotti a Rovereto. Infine all’ultimo periodo della sua vita risale la progettazione, anche questa solo recentemente riconosciuta e dimostrata, di palazzo Piomarta a Rovereto (1771), che conferma, semmai ce ne fosse bisogno, la vocazione di architetto progettista di Francesco Antonio.

Antonio Giongo

Nato da tale Paolo il 16 marzo 1734 a Lavarone (morirà a Trento nel 1798) e anch’egli come Francesco Antonio trasferitosi poi a Trento, ebbe una formazione autodidatta, come recitano le fonti coeve: “già adulto ed esercitante l’arte del pistore [fornaio n.d.r.] si diede da se stesso alla scoltura con tal successo che si rese degno d’ammirazione”. La committenza nobiliare, civica, principesco-vescovile, testimoniano il gradimento dell’artista lavaronese nell’ambiente trentino. Dopo le prime prove del S. Giovanni Nepomuceno di Pantè di Povo, in pietra bianca, commissionato dal barone Andrea Federico da Messina, Antonio viene incaricato dalla comunità di Salorno della realizzazione di una grande fontana in pietra (1776), oggi scomparsa. Nel 1780 esegue in pietra bianca le due statue della Giustizia e della Verità, da porre a coronamento del nuovo portale di palazzo Pretorio in piazza Duomo, e l’aquila civica in marmo, sovrastante l’architrave del portale, oggi nel cortile del Municipio di Trento. Agli anni ’80 risalgono il busto di papa Pio VI, un tempo collocato insieme alla lapide commemorativa del passaggio per Trento del pontefice, sempre di mano di Antonio, nel castello del Buonconsiglio e oggi in S. Maria Maggiore, e quello del barone Filippo Crosina, murato nella chiesa di S. Bernardino. Tra il ’90 e il ’91 realizza la decorazione plastica del completamento della facciata del palazzo cittadino della famiglia Tabarelli de Fatis. L’anno successivo viene incaricato della decorazione del salone d’onore del ristrutturato Municipio Vecchio di Trento, per il quale realizzerà quattro grandi tondi in gesso recanti in rilievo i busti di profilo dei papi e degli imperatori del Concilio. L’ultima sua opera risale al 1797: si tratta dell’epigrafe funeraria del conte Domenico Malfatti, traslata poi a Brunico.

 Il 1° ottobre 2004 i due artisti lavaronesi sono stati al centro dell’importante giornata di studi I Giongo di Lavarone: botteghe e cantieri del Settecento in Trentino (apre il link in una nuova finestra), promossa dal Comune di Lavarone in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Storico-Artistici della Provincia Autonoma di Trento. Gli atti della giornata costituiranno il 10° quaderno della collana Beni Storici e Artistici del Trentino pubblicata dalla Soprintendenza.

Marco Bertoldi

Nato a Lavarone nel 1911 e scomparso nel 1999, Marco Bertoldi può essere considerato uno dei protagonisti dell’arte trentina della seconda metà del Novecento. Dopo aver frequentato l’Accademia Lipinsky a Roma, tra il 1935 e il 1936 prosegue la sua formazione presso l’Accademia Cignaroli di Verona. Risale al dopoguerra la sua attività di docente prima presso la Scuola d’Arte di Vigo di Fassa e poi presso l’Istituto d’Arte Alessandro Vittoria di Trento, che nel 2000 gli ha intitolato un’aula dell’attuale sede.
Negli anni giovanili si mette a servizio del maestro Antonio Fasal da cui apprende la tecnica dell’affresco e con il quale lavora in Valsugana, Val di Ledro, Valle del Fersina e a Egna. Da questo momento inizia la carriera di pittore “sacro” di Marco Bertoldi che ha ormai lasciato Lavarone: affreschi, graffiti e mosaici gli furono commissionati per chiese, cappelle, capitelli, vie crucis a Pozza di Fassa, Folgaria, Luserna, Piné, Brusago, Mezzomonte, Moerna di Valvestino, Nembia, Vezzano, Comano, Laghetti, Terme di Rabbi, Caldonazzo e Trento. Ovviamente non poteva mancare Lavarone, dove fu chiamato più volte. A lui si devono infatti la Via Crucis (1951, su tavola), la pala del S. Cuore e il grande affresco sovrastante il portale raffigurante il patrono nella parrocchiale di S. Floriano, la decorazione dei capitelli di Albertini e Bertoldi, gli affreschi della volta e dell’abside della chiesa dell’Esaltazione della Croce (1937) e l’Ultima Cena nella cappella del Cenacolo ambedue a Bertoldi (1985), il dipinto l’Esodo (1996, olio su tela), conservato  presso il  nuovo municipio a Gionghi. Parallela a quella di affreschista fu la sua attività su tela. Le sue prime prove, a partire dagli anni ’40, mostrano soprattutto nella rappresentazione di ritratti, paesaggi e nature morte una forte adesione alla pittura tradizionale figurativa. Così i suoi soggetti si richiamano alla vita dei paesi di montagna, le sue figure si ispirano a un mondo familiare, del quale descrive la quieta intimità. A partire dagli anni ‘70 Bertoldi si accosta ad uno stile sospeso tra il figurativo e l’astratto. Un’evoluzione che lo porterà negli anni ’80 verso un più deciso astrattismo, dove gli oggetti si trasformano in pure campiture di colore all’interno di contorni ben marcati, mentre le forme si sciolgono in pennellate larghe e dense. Tuttavia si tratta di un astrattismo che nasce da una deformazione o da una più rapida esecuzione delle figure. Come dirà lui stesso “la figura non scompare mai completamente, è nascosta e confusa nei piani dello spazio, di volta in volta illuminati per evidenziare un dettaglio, un particolare, un frammento” (Marco Bertoldi 1911 – 1999, Trento 2000). Tale tendenza si affermerà ulteriormente negli anni ’90 con il ciclo delle Composizioni, dove ogni riferimento oggettivo e naturalistico scompare e la pittura si fa ancora più allusiva. 

Giampaolo Osele

Nato nel 1954, architetto, durante gli anni dell’università a Venezia si è perfezionato nel disegno e nell’incisione. Da alcuni anni si dedica alla creazione di installazioni, sculture, composizioni su pannelli e soprattutto totem incisi e combusti. La sua arte utilizza quasi esclusivamente materiali naturali: legni di varia essenza, liane, ossa di piccoli animali, legati con resine e tecniche varie. Per la scultura Torri Gemelle recentemente gli è stato attribuito il Premio Italia 2004 della città di CertaldoA partire dal 2001 cura la manifestazione Arte all’Aperto (settimana di ferragosto) da lui stesso ideata: un’esposizione di installazioni ed opere d’arte di vari artisti nello spazio naturale di un bosco dell’Altopiano.