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La storia di Lavarone

di Giovedì, 03 Aprile 2014 - Ultima modifica: Giovedì, 28 Agosto 2014
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Il nome di Lavarone compare per la prima volta nel 1184 in un documento pontificio, con il quale papa Lucio III dichiara di porre sotto la propria protezione i beni temporali posseduti dal vescovo di Feltre in vari luoghi tra i quali appunto il nostro Altopiano. Prima di questa data mancano altre testimonianze documentali; non mancano peròreperti e testimonianze materiali, i quali allo stato attuale delle ricerche consentono tuttavia di formulare solo delle congetture per quanto riguarda le vicende più remote del paese.

Infatti tracce di antichi forni fusori e depositi di scorie in alcune località, come per esempio Millegrobbe, starebbero a dimostrare la precoce antropizzazione della zona.
La storiografia ottocentesca ha inoltre ipotizzato l’esistenza di un castelliere preistorico sul rilievo di Chiesa. Fino a questo momento tuttavia non sono state ancora condotte sistematiche campagne di scavo, simili a quelle che hanno recentemente portato alle significative scoperte riguardanti la zona di Luserna e quelle di Fiorentini, Elbele e il riparo sotto roccia della Cogola nei pressi dell’abitato di Carbonare (comune di Folgaria).
Non ha ancora avuto conferma fino a questo momento neppure l’ipotesi, peraltro verosimile, secondo cui già in epoca preistorica la zona fosse attraversata da una pista che metteva in comunicazione questa parte dell’attuale Trentino con il Vicentino.
Poco si conosce anche della presenza sull’Altopiano delle popolazioni che si succedettero nell’occupazione e nella dominazione dell’Italia settentrionale e della regione trentina: Galli, Reti, Romani, Franchi, Longobardi. La penetrazione romana in Trentino risale a poco prima del 100 a. C. Sicuramente nel 40 a. C. i Romani dominavano il Trentino fino alla confluenza dell’Isarco con l’Adige. La particolare posizione occupata fece sì che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente la nostra regione fungesse da caposaldo contro le prime incursioni barbariche. L’invasione dei Longobardi comunque raggiunse anche il Trentino che nel 569 fu trasformato in ducato longobardo e tale rimase finché nel 774 sotto il governo di Carlo Magno divenne Marca di confine del Sacro Romano Impero di Germania.
Difficile dire se durante tutto questo periodo Lavarone fosse frequentato solamente come sella di passaggio oppure ospitasse stabili stanziamenti umani. Quel che è certo è che il ritrovamento di alcune monete romane nel Covelo di Rio Malo e similmente il rinvenimento di altre monete e di un paio di orecchini risalenti all’epoca longobarda, fanno presumere una frequentazione del luogo da parte di quei popoli.
Sicuramente Lavarone faceva parte invece di quell’ampio territorio compreso fra l’Astico e il Brenta che l’imperatore Berengario donò al vescovo di Padova Sibicone fra il 917 e il 921.A quel tempo doveva ancora essere istituito il principato di Trento, di cui Lavarone fece in seguito parte. L’atto con cui l’imperatore Enrico II fonda il principato vescovile per ricompensare il vescovo Udalrico dell’aiuto fornitogli contro Arduino d’Ivrea risalirebbe al 9 aprile 1004 (il presunto documento imperiale è andato perduto). Il diploma imperiale di conferma della donazione concesso da Corrado II il Salico il 31 maggio 1027 inseriva nel dominio temporale del vescovo trentino anche zone che, come l’Alta Valsugana e quindi Lavarone, ecclesiasticamente non dipendevano dal vescovo trentino bensì, nel nostro caso, dal vescovo di Feltre, alla cui diocesi Lavarone apparterrà fino 1786.
Lavarone deve probabilmente gran parte della sua importanza e delle sue vicende future al fatto di esser sorta lungo l’antica via dell’Ancino; allo stesso modo è statodeterminante per la sua storia il fatto di trovarsi situato in una zona di confine di importanza strategica (sia quando farà parte della giurisdizione di Caldonazzo e del principato trentino, sia quando sarà sottoposto all’Impero Asburgico), a ridosso di una frontiera mai ben definita, proprio per questo oggetto di continue contestazioni, conflitti e incursioni.
L’importanza dell’Altopiano come via di transito è comprovata già nell’XI secolo. Di qui passava infatti l’antica via dell’Ancinum che salendo dalla Valle dell’Astico scendeva verso Caldonazzo, collegando quindi la Germania e l’Impero con il sud, cioè l’Italia, in aggiunta e in alternativa alla via della Valsugana.La necessità di assicurarsene la praticabilità e l’efficienza in occasione delle discese in Italia portò gli imperatori a confermare e a estendere i poteri dei signori di Caldonazzo, al cui territorio la montagna di Lavarone era aggregata. Probabilmente la strada appartenne al principato di Trento fin dalla sua fondazione. Non è escluso che i principi vescovi vi avessero posto una guardia armata nei pressi del Covelo di Rio Malo, un’ampia caverna sopraelevata rispetto alla strada, da cui si poteva controllare la circolazione in lontananza; sicuramente presso di questo veniva riscosso il dazio, del quale dopo quella dei Marcato, a partire dal 1276, venne investita la famiglia trentina dei Belenzani.
Il territorio dell’intero Altopiano era unito da tempo immemorabile a Caldonazzo.
Forse di origine longobarda, forse giunti nel 1100 al seguito del futuro imperatore Enrico V, i signori di Caldonazzo, divenuti homines de nobili macinata Sancti Vigilii, nel 1192 a seguito della composizione della lite in corso col principe vescovo di Trento Corrado di Beseno per la proprietà dei monti situati proprio fra Caldonazzo e Vicenza, dovettero rinunciare i territori posseduti nelle mani del vescovo, ricevendo i medesimi a titolo di feudo. Non sappiamo quale fosse effettivamente la situazione anteriormente al 1192: da un lato il vescovo sosteneva che il territorio appartenesse al vescovado, dal momento che le genti che vi facevano il carbone e vi tagliavano la legna già al tempo del vescovo Adalpreto (1156-1172) pagavano un affitto alla mensa episcopale; d’altro canto, i signori di Caldonazzo rivendicavano la proprietà del territorio, portando come prova l’affitto riscosso per lo sfruttamento dei boschi (sylvania). Di fatto poco mutava per Lavarone, il quale venne riconosciuto insieme a tutti i possedimenti detenuti dai Caldonazzo antico feudo della chiesa di Trento e come tale quindi concesso dal principe vescovo ai dinasti di Caldonazzo.
E’ da collocarsi in questi decenni a cavallo tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo l’arrivo dei primi coloni di origine bavarese, provenienti dalla zona delle Prealpi vicentine. Le poche notizie disponibili starebbero ad indicare che la popolazione di Lavarone era ancora assai poca, prevalentemente concentrata nella frazione di Chiesa, la più antica, come dimostrano anche l’esistenza (attestata dal 1276) dell’ospizio per i viandanti e la fondazione della prima chiesa (documentata per la prima volta nel 1278).
L’immigrazione dei coloni cimbri, che interessò con tempi e modalità simili anche la vicina zona di Folgaria, fu molto importante per gli Altipiani e tale da incidere per molti aspetti sulla cultura e sul costume locale. Vi erano stati chiamati dai dinasti e dai principi vescovi trentini non solo per abitare e dissodare le terre in questa parte marginale del principato trentino, ma anche per difendere e controllare, attraverso l’insediamento di un forte nucleo di immigrati fedeli, questa parte del labile confine dell’Impero, cui il principato di Trento apparteneva, mai definito precisamente nei documenti. Impiegati nella produzione di carbone e nel taglio della legna in un territorio che abbondava di foreste, i coloni si stabilirono in masi sparsi, dando origine a quella particolare disposizione urbanistica che caratterizza ancora oggi l’Altopiano. I coloni cimbri, discendenti da quei bavaresi che si erano spinti verso sud tra X e XI secolo costituendo le isole etniche dei Tredici Comuni della Lessinia e dei Sette Comuni Vicentini, si fusero con la popolazione locale latina preesistente, perdendo nel corso del tempo l’uso della lingua madre (attestato però ancora all’inizio del Settecento) grazie soprattutto all’influenza del clero e ai continui contatti economici, sociali e umani con le zone limitrofe italiane, favoriti dai due ospizi di Lavarone e Brancafora e dal continuo passaggio di viandanti e pellegrini lungo la strada dell’Ancino. I toponimi di numerose località sono l’estrema testimonianza del dialetto tedesco che si parlava anche qui, come ancor oggi nel vicino comune di Luserna, dove alcuni uomini di Lavarone si stabilirono a partire dal 1454 come livellari della chiesa di Brancafora.
Gli eventi tumultuosi che opposero a partire dal primo ‘400 le signorie italiane per il predominio nell’Italia settentrionale, nonché le sempre più difficili relazioni fra i principi vescovi di Trento e i duchi d’Austria, complicate ulteriormente dalle strategiche alleanze messe in campo dai feudatari trentini e dall’insurrezione della città di Trento nel 1407, non poterono non ripercuotersi anche sulla nostra zona, segnando la fine delle famiglie che fino a questo momento vi avevano governato.
A conclusione di tale periodo e precisamente nel 1424, caduto nel 1409 Rodolfo Belenzani, che aveva capeggiato la rivolta di Trento, e conquistati i castelli dei signori di Caldonazzo nel 1412, il duca d’Austria e conte del Tirolo Federico IV Tascavuota fu investito formalmente dall’appena eletto principe vescovo di Trento Alessandro di Masovia dei feudi posseduti dagli sconfitti. Di questi facevano parte il dazio del Covelo di Rio Malo (Belenzani) e la montagna di Lavarone (Caldonazzo).
Pochi anni più tardi, nel 1461, si verificava un nuovo avvicendamento politico: in quest’anno Sigismondo d’Austria, succeduto a Federico, vendette la giurisdizione di Caldonazzo, situata ai confini con la sempre invisa Repubblica di Venezia che nel frattempo aveva esteso il suo dominio a Verona, Padova e Vicenza, a Giacomo Trapp, vicario della giurisdizione di Castel Ivano in Valsugana e fondatore della potenza del casato, che nel 1470 si sarebbe assicurato anche la giurisdizione di Beseno-Folgaria, anch’essa importantissima postazione di difesa nei confronti della Serenissima.
Poco più di vent’anni dopo un altro mutamento politico avrebbe nuovamente modificato la situazione locale. Nel 1487 mentre infuriava la guerra fra la Repubblica di Venezia e il conte del Tirolo Sigismondo, Lavarone si consegnava spontaneamente alla Serenissima. Quali fossero i motivi che abbiano spinto i Lavaronesi a sottomettersi ai Veneziani non è facile dire: probabilmente giocò un ruolo importante la posizione di confine occupata, che aveva continuamente causato incursioni, saccheggi e incendi negli anni antecedenti, la povertà dell’economia locale, la maggiore comodità di comunicazioni con la Valle dell’Astico e forse, perché no, il mito del governo della Repubblica, già dal 1440 sperimentato dalla vicina Folgaria, contrapposto al dominio feudale, fosse esso principesco vescovile o comitale tirolese. Così il 6 dicembre 1487 Lavarone ottenne da Venezia la definizione dei rapporti politici con la Repubblica e la promessa del risarcimento dei danni subiti nel corso della guerra. Il Covelo di Rio Malo e quindi il controllo della strada verso l’Italia venne affidato a stipendiati della Serenissima. La dedizione fu immediatamente contestata dai Trapp, che negli anni seguenti suscitarono continue provocazioni e risse di confine al fine di riottenerne il possesso e riguadagnare il controllo della strada dell’Ancino.
Durante la dominazione veneziana, forse sostenuta proprio da questa, si consumò anche, temporaneamente, l’emancipazione della chiesa di Lavarone dalla parrocchia di Calceranica cui questa era soggetta, sita nella nemica giurisdizione di Caldonazzo. Lavarone rimase possesso della Repubblica fino al 1509 quando, a seguito della rovinosa guerra contro la lega di Cambrai, Venezia perse tutti i possedimenti già appartenenti al principato vescovile trentino occupati tra il 1410 e il 1487. Il 6° capitolo della pace di Worms stipulata nel 1520 stabiliva la reciproca restituzione dei territori conquistati. Il possesso di Lavarone rimase tuttavia ancora a lungo contrastato. Nel trattato di Bologna del 1530 fu assegnato alla giurisdizione di Vicenza. Tuttavia per le proteste di Bernardo Clesio con il Congresso di Trento del 1535 ritornò a far parte della mensa vescovile trentina quale territorio appartenente alla giurisdizione di Caldonazzo, alla quale da questo momento rimase sempre aggregato. Finita la dominazione veneziana terminò anche l’indipendenza ecclesiastica della chiesa di Lavarone, che, forse anche per l’impossibilità degli abitanti di mantenere un parroco indipendente, ritornò alle dipendenze dell’antica matrice di Calceranica.
A questa data Lavarone risultava organizzato già da molto tempo in comune. La formazione degli organi comunali risale probabilmente alla prima metà del secolo XIV; sicuramente un organismo in grado di rappresentare la comunità è già funzionante nel 1344. Regolano maggiore era il dinasta ovvero in sua vece il capitano della giurisdizione. L’amministrazione regolanare spettava a due sindaci e a 4 giurati, eletti a rotazione da tutta la comunità. Ai dinasti competeva inoltre l’esercizio della giustizia criminale e civile per l’amministrazione della quale, almeno negli ultimi secoli, fu seguito anche nella giurisdizione di Caldonazzo lo Statuto di Pergine del 1516. Le norme riguardanti le modalità di elezione e le attribuzioni delle cariche comunali, la salvaguardia dei beni civici, la tutela dei campi e dei raccolti erano contenute nella carta di regola, compilata dalla comunità e approvata dal dinasta. Lavarone ne ebbe due: la “vecchia”, di cui non è rimasta traccia, e la “nuova”, risalente al 1790.
Nel corso del Seicento e del Settecento la storia di Lavarone è caratterizzata dalla definizione delle contese confinarie con le comunità limitrofe, come quella che la oppose a Caldonazzo per il possesso di Monterovere, e dalle lotte intestine con gli abitanti di Luserna, aggregata nel 1710 a Lavarone, che si conclusero nel 1780 con la separazione definitiva delle due comunità.
Il confuso periodo che va dall’arrivo delle truppe napoleoniche (i francesi occuparono e si ritirarono dal Trentino per ben tre volte: nel 1796, nel 1797 e nel 1801) e dalla secolarizzazione del principato (1803), all’unione del Trentino via via all’Impero Asburgico (1803-1805), al dominio bavaro (1805-1809) e infine al napoleonico Regno Italico (1810-1813), si concluse con il ritorno all’ordine imposto dalla Restaurazione. Il Congresso di Vienna attribuì Il Trentino all’Impero Asburgico quale parte integrante della provincia meridionale del Tirolo. Lavarone, compreso nel giudizio patrimoniale di Caldonazzo rimase nelle mani dei conti Trapp, per poi venire assorbito, dopo la soppressione dei giudizi patrimoniali e le riforme politico-amministrative austriache, dal Giudizio Distrettuale di Levico appartenente al Capitanato distrettuale di Borgo Valsugana.
La posizione di confine che tanto nei secoli aveva pregiudicato la pace di questi territori fu causa ed occasione di quello che rimane l’evento recente più traumatico subito dalla nostra comunità: la prima guerra mondiale.
Mentre si stava profilando con sempre maggiore chiarezza l’eventualità di una guerra fra le potenze della Triplice Alleanza e quelle dell’Intesa, per la grande importanza strategica, essendo situato in prossimità del confine italiano, tra il 1908 e il 1914 Lavarone fu infatti trasformato dal genio militare austriaco in una piazzaforte circondata da un poderoso sistema di fortezze (Forte Belvedere, Forte Luserna, Forte Busa Verle, Forte Cima Vezzena) comunicanti con le vicine fortificazioni di Folgaria (Forte Dosso del Sommo, Forte Sommo Alto, Forte Cherle). Il sistema era completato da un osservatorio militare situato sul Monte Rust e da un comando mimetizzato nei pressi della vicina località di Virti.
Il 24 maggio del 1915, all’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia Lavarone si trovò lungo la pirma linea del fronte. Le frazioni di Oseli, Sosteri, Birti, Lenzi, Cappella e Longhi furono evacuate e la popolazione concentrata nelle località di Gionghi, Bertoldi e Slaghenaufi. Il 31 maggio al paese fu intimato l’ordine di evacuazione, che fu eseguito il giorno seguente. Dopo un viaggio estenuante e dopo aver stazionato per alcuni mesi nel paese di Altschwendt, i profughi lavaronesi furono alloggiati nel campo di Braunau, nell’Austria Superiore. Sarebbero rientrati in paese solo dopo la fine del conflitto, il 17 dicembre 1918.
Come è noto, i trattati di pace che seguirono la guerra consegnarono il Trentino all’Italia.
La Grande Guerra con i suoi pesanti bombardamenti fra fortezze danneggiò pesantemente i villaggi e gli antichi masi dell’Altopiano. Lavarone pagò con ben 188 vittime, le contrade, i campi e i boschi ridotti a campi di battaglia.
L’opera di ricostruzione del paese così provato dal conflitto richiese molto tempo. La guerra aveva ulteriormente depresso un’economia che già nel corso dell’Ottocento aveva mostrato tutta la sua fragilità, basata com’era tradizionalmente sull’agricoltura, sullo sfruttamento dei boschi (carbone, legname), sulle cave di pietra e sull’allevamento del bestiame e compromessa via via da calamità naturali e da una politica doganale che penalizzava gli scambi con le confinanti regioni italiane. Anche la timida ripresa del turismo e alcuni tentativi imprenditoriali come quello del legnificio costruito a Gionghi nel 1921 e ben presto fallito (1926) con gravi ripercussioni sul paese non riuscirono per molti anni ancora a frenare la forzata emigrazione dei lavaronesi, famosi e ricercati scalpellini e muratori richiesti ovunque per la costruzione di strade e l’arginazione di fiumi. In pochi casi si trattò tuttavia di viaggi Oltreoceano. Gli abitanti in genere preferirono recarsi in altre regioni italiane o nei vicini paesi di lingua tedesca e, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, in Francia, Belgio e Svizzera. La depressione economica degli anni Trenta e poi il difficile periodo del secondo dopoguerra alimentarono ulteriormente il flusso migratorio. Solo a partire dagli anni ’50 con il miglioramento della situazione economica generale italiana e con l’affermazione dell’industria del turismo, nel quale è impiegata la grande maggioranza della popolazione attuale, il paese ha potuto conseguire una certa stabilità e raggiungere un benessere economico diffuso.

Per maggiori informazioni sul Forte Belvedere, clicca qui.

Basta essere in Valsugana per sapere, che non passa settimana, o quasi giorno, che dal maggio fino all’ottobre non si vegga girar per Caldonazzo, o non si vegga dalle fenestre del noto albergo Marchesoni, ora una allegra brigata di giovanotti vestiti all’alpina, ora una comitiva di signorine in costume bizzarro e all’alpina anch’elle, chiassose e tutto brio e movimento: non passa settimana o quasi dì della estate, che in Caldonazzo non si senta o il suono squillante della fanfara, che mette vigoria anche nelle gambe di un qualche Signore dalla barba grigia e dai capelli più che brizzolati, che mischiato dentro a una fila di giovani, che non sanno ancora cosa voglia dire stracchezza, va con passo svelto e a tempo come gli altri, e con gli altri ride, canta e si sollazza: non passa una settimana nella stagione de’ bagni, che non si vegga ora una giardiniera, ora un omnibus arrivare, e smontare all’albergo Marchesoni signori e signorine del bagno di Levico: e tre e anche quattro volte in quella stagione è dato sentire a quei di Caldonazzo le armonie, le allegrie di una o dell’altra delle nostre bande trentine. Ma e perché e dove vanno? Per salire il monte fino a Lavarone; e Caldonazzo è tappa (M. Morizzo, Un cenno su Lavarone, Borgo Valsugana 1889).

Fra gli ospiti più illustri che soggiornarono a Lavarone vi fu il fondatore della psicoanalisi.
Sigmund Freud fu un grande amante della montagna e un grande viaggiatore. I viaggi furono, insieme alla psicoanalisi e all’archeologia, una sua grande passione. Così non è un caso che la mèta preferita fosse l’Italia. Il viaggio verso sud, infatti, rappresentava la possibilità di sperimentare queste tre passioni contemporaneamente.

Numerose sono le testimonianze di pietà popolare sparse sull’Altopiano. Capitelli, edicole, croci votive in pietra o legno, eretti spesso lungo gli antichi percorsi rogazionali, sono presenti pressoché in tutte le frazioni e lungo molti dei sentieri e delle strade che le collegano.Alcuni di questi segni di devozione sono piuttosto recenti. Quelli di più antica erezione sono stati ricostruiti nella maggior parte dei casi sul luogo dei precedenti.

Gli artisti di Lavarone

Le leggende del nostro Altopiano, con il suo paesaggio mosso anche se mai aspro, la diffusa presenza di boschi, grotte, fenditure e anfratti, mostrano un chiaro influsso della mitologia nordica.